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Dino Campana-127° anniversario della nascita e 80° della morte- Idee e Politica

G.Bottai-P.Bargellini
domenica 15 luglio
Troppo spesso assistiamo al tentativo, spesso per motivi poco nobili, di distorcere o addirittura di rimuovere e di falsificare l’essenza del pensiero di Dino Campana così come emerge dai suoi scritti.
Proviamo allora a fare un po’ di ordine su questo straordiario uomo di cultura su questo poeta universale:
La passione con cui Campana ci lascia note, frasi, accenni, allusioni all’Italia, alla Germania, all’Europa, alla guerra, alle “razze“, alla questione nord-sud, la nettezza di certe sue prese di posizione, confermano un rapporto sottotraccia ma evidente tra letteratura e politica. Certo, quella di Campana non è una poesia con la politica per oggetto, ma letteratura che nasce dal contatto con la dimensione politica. L’ispirazione è Nietzsche attraverso le figure del “Germano” e dell’Italia che determinano la Tragedia echeggiano un “vecchio triplicismo” e implicazioni culturali patrimonio comune del decadentismo; ma questo non è che il punto di partenza, la materia di cui Campana si serve per far scattare procedimenti poetici e politici assolutamente originali. Il “Germano” non è dunque un incidente di percorso e una boutade di provincia, come sostiene Soffici. Il significato della tragedia dell’ultimo Germano in Italia e la dedica al Kaiser, è Campana stesso a spiegarla “Ora io dissi: «Die Tragedie des letzen Germanen in Italien», mostrando di avere conservato la purezza morale del Germano che è stata la causa della loro morte in Italia. Ma io dicevo ciò in senso imperialistico e idealistico non naturalistico (cercavo idealmente una patria non avendone). Il Germano preso come rappresentante del tipo morale superiore (Dante, Leopardi, Segantini). Un forte senso di appartenenza ad una comunità, più grande nei rapporti fra l’individuo e la società, il passaggio dal germanesimo al populismo patriottico, dalle figure del “germano” e del boy whitmaniano a quella del «povero italiano» emigrante, risultano quindi coerenti al sogno di una comunità di patria”.
L’Italia del Canto proletario e il “povero italiano” si accomunano così al boy e al ‘Germano” in quanto vittime di un assassinio subito: massacro, non solo simbolico, ma letterale, se si pensa al fronte e alla trincea. In quest’ottica i Canti Orfici sono anche un “piccolo libro contenente poesie patriottiche” pensando alla “patria” come ad un fine che il movimento della vita e della scrittura di Campana non riesce mai ad intercettare.
Neuro Bonifazi afferma “Dino Campana è stato guidato dalla ideologia nietzschiana, intesa come la ragione mitica alla iniziazione della vita e della poesia, ha avuto una cultura straordinaria, conosceva molte lingue e leggeva testi stranieri nella loro lingua originale. Ha, in un certo senso, messo in pratica il vangelo nietzschiano, non certo per il superuomo, ma per quella sua capacità di elevarsi idealmente verso la bellezza apollinea, nobilitarsi alla luce dell’assoluto contro tutte le viltà e le povertà del quotidiano (solo così possono spiegarsi i suoi comportamenti, gli atteggiamenti, le sue fughe, i suoi viaggi).”
I documenti ed i testi ci ricordano come il Comune di Marradi per lungo tempo sia stato oggetto di fortissime critiche per non aver fatto molto per onorare la memoria di Dino Campana. Il ministro della Cultura fascista Bottai sollecitato da Bargellini fu invece decisivo, nel 1942 per dare a Campana, dieci anni dopo la morte, una sepoltura dignitosa ed il giusto e solenne riconoscimento insieme a tutti gli uomini della cultura del tempo.
Sempre i documenti e gli atti ci confermano come negli anni ‘50 a Marradi durante i consigli comunali, ci furono addirittura dei consiglieri di sinistra che non volevano sentir parlare di Campana che consideravano non solo “E’ Mat” ma addirittura un precursore del fascismo. E quando i cittadini di Marradi lanciarono l’idea di onorare questo Dino Campana, si opposero per due anni consecutivi, cioè nel 1952 e nel 1953, allo stanziamento in bilancio di 500 mila lire per le celebrazioni. Ai soliti “idioti” di Marradi si aggiunse la Giunta provinciale amministrativa che ritenne di depennare, la posta con il pretesto che il bilancio di Marradi era deficitario.
Anche in tempi più recenti, negli anni ottanta la proposta di introdurre accanto a Marradi Campana come nuovo nome del Comune fu contestata e respinta da coloro che ritenevano più importanti le “castagne”. Quando si decise di titolare una via a Sibilla Aleramo due signore del Consiglio Comunale non esitarono a manifestare il loro dissenso “morale”, astenendosi.
Emblematiche del clima anni ‘50 sono due lettere del senatore Emilio Sereni, e del sindaco in merito all’intitolazione di una Via a Dino Campana che alla fine avvenne nel 1954 con una commemorazione del marradese prof. Sergio Zacchini al ponte di Vilanzeda “sotto una pioggia intensa ed un vento fortissimo” Ecco una lettera indirizzata all’onorevole Emilio Sereni dal sindaco, prima di prendere un simile provvedimento
“Caro Senatore,
“Ci è stato proposto da più cittadini di intitolare una via del nostro capoluogo al defunto poeta Dino Campana.
“Dino Campana era marradese e noi ben volentieri aderiremmo alla richiesta. Desideriamo però sapere da te se il valore di Campana è tale da meritare il riconoscimento. Ciò anche in rapporto al momento politico attuale.
«Grazie. Cordialmente,
f/to: II Sindaco
Il senatore comunista Sereni così rispondeva al compagno sindaco di Marradi
“Caro Compagno,
“penso che sia giusto intitolare a Dino Campana una via del vostro capoluogo.
“Dino Campana è indubbiamente un nome autorevole della poesia moderna e ormai passato alla storia della letteratura.
“Non c’è nessun riserbo politico nei sue confronti. Tanto più che la sua pazzia toglieva ogni responsabilità ad ogni sua posizione politica, né, d’altronde, ne ebbe mai dichiaratamente reazionarie.
“Sarebbe bene fare inaugurare la via ad uno scrittore toscano. Vedete di scrivere a Romano Bilenchi, a Firenze, se volesse lui parlare per l’occasione.
f/to: Sereni

Dino Campana fu un uomo spesso frainteso, la varietà e le contraddizioni delle sue prese di posizione in pochi anni (dall’ interventismo all’antibellicismo, dal germanesimo al patriottismo italiano all’accanimento filofrancese, dall’aristocraticismo al populismo) ha alimentato l’immagine di un poeta confuso sul piano delle idee, della politica e della società, tanto che più volte i suoi discorsi politici sono stati considerati dal potere e dalla cultura ad esso asservita appendici legate alla contingenza dell’epoca, da tenere ben distinte e separate dal poeta puro. Direttamente o indirettamente, l’interpretazione di Soffici, secondo cui il Germano è poco più che un incidente di percorso, ha resistito fino ai giorni nostri.
Il Germano sembra essere difficilmente digeribile per la critica più strettamente letteraria, perché costringe a travalicare i confini della letteratura. Per troppo tempo il modo di leggere Campana era quello di confinarlo nell’ambiente dell’ermetismo fiorentino e della poesia pura, privo di qualsiasi interesse per i discorsi politici. Fra i primi Gianfranco Contini, pur affermando di voler lasciare la biografia di Campana, e dunque anche i suoi gesti politici, fuori dalla valutazione della sua poesia, finisce per emettere una sentenza impropria e politica che conclude: “Questo anarchico, questo bohémien non seppe liberare l’uomo d’ordine che era in lui”. Anche Jacobbi, estimatore del Campana poeta, non gradisce la dimensione civile e politica di Dino Campana, che bolla come poco autentica, giungendo ad usare espressioni molto forti quando parla di Campana “decadente come persona e cittadino“, popolano,provinciale.La grandezza della poesia campaniana confligge con il mondo esterno ed i gesti del Campana politico, non possono essere rimossi o relegati nel mondo della Pazzia perché non sono in sintonia con la cultura egemone e dominante da troppo tempo impegnata ad accaparrarsi un grande poeta che lo vorrebbe però epurato o addirittura modificato strumentalmente a seconda degli interessi del momento. Dedicare il libro al Kaiser, a guerra cominciata, poi convertirsi a un’idea italo-francese di democrazia, sfiorare il nazionalismo è questo Dino Campana. Campana non fa poesia ideologica; ma per questo il Campana politico con le sue idee è capace di darci il sapore di un’epoca, con le sue istintive ripulse, Il continuo sfuggire, la sistematica protesta ci fa riflettere.
Se allarghiamo lo sguardo oltre i Canti Orfici, anche all’epistolario e ai frammenti sparsi o inediti, salta agli occhi una quantità di discorsi “politici”, tutti ai margini dell’opera campaniana, come il frontespizio e la dedica “germanici”; questo coacervo di considerazioni “politiche” potrebbe forse essere qualcosa di più un velleitarismo dell’individuo Campana, indicando invece un collegamento, della scrittura con una dimensione politica, più profonda e decisiva di quanto non sembri indicare. Pier Paolo Pasolini, parlava di una «sostanziale innocuità di fronte al reale che è stata strumentalizzata dalla cultura di destra», la quale si sarebbe subito impadronita di Campana:
La follia della Destra è sempre stata formale e retorica: ecco dunque un folle “vero” che faceva al caso suo. Pur con tutta la cautela del caso, dobbiamo denunciare la strumentalità dei letterati italiani tradizionali, primi fra tutti gli ermetici che hanno visto in lui l’espressione vivente e politicamente pericolosa – della aspirazione nietzscheana al superuomo interiore, spiritualista e delirante … Campana non fa della poesia “civile” o “politica”. I Canti Orfici non parlano delle cose della politica, che pure stavano trascinando l’Europa verso la catastrofe, mobilitando, oltre a masse enormi di popolazione, anche la quasi totalità del mondo intellettuale. La politica, in Campana, non è tanto il contenuto della poesia, ma nemmeno soltanto un contesto che la colpisce di riflesso. C’è, con buona pace di chi non gradisce, tutta una tradizione illustre di poesia civile italiana, che dalle origini era giunta fino al tempo di Campana, passando per la mediazione classicistica di Carducci e le esperienze più decadenti di Pascoli (populismo contadino) e D’Annunzio (estetismo della politica); perfino i futuristi vi si riallacciavano, proponendo una poesia che aveva la politica e gli eventi storici tra i suoi oggetti più frequentati (una poesia civile sui generis, certo, e d’assalto, ma che raccoglieva e rilanciava l’eloquenza e la retorica tipiche della tradizione italiana: una poesia che pretendeva di farsi portavoce e sprone dei destini della nazione; non a caso Marinetti scrisse anche il testo del Movimento politico futurista e un Manifesto del partito politico futurista).Campana si mantiene al confine di questa linea tuttavia in questa direzione si deve leggere la poesia A Mario Novaro.

Rodolfo Ridolfi

Al via la 36^ edizione della Graticola d’Oro nel segno delle generazioni 2.0

mercoledì 11 luglio
Prende il via, domenica 22 luglio, in piazza Scalelle per ricordare l’ anniversario della Battaglia delle Scalelle, la Graticola d’Oro con i giochi in Piazza La manifestazione continuerà Il 24 luglio con le gare di atletica al campo sportivo di Biforco; il 27 luglio al Parco Piscina con le gare di canto e ballo;
il 29 luglio con la Scarpinata di Campigno;
il 1 agosto con i Giochi in acqua alla Piscina Comunale ;
il 3 agosto nel Parco piscina con “saranno famosi” ;
il 6 agosto a S. Adriano con i giochi.
La manifestazione si concluderà il 10 agosto, San Lorenzo patrono di Marradi in Piazza Scalelle.
Dal 1970 ad oggi si sono disputate 35 edizioni della Graticola d’oro, la disfida estiva fra i rioni non si è infatti disputata negli anni 1992-1995-1996-1997-1998-1999-2000.
Il ritorno della sfilata dei carri nel 2010 ha riportato anche il pubblico in numero ragguardevole ad assistere agli eventi.
Nelle trentacinque edizioni precedenti la Graticola d’oro è finita 12 volte in mano ai caporioni de “La Piaza” ( centro storico) ( tre volte Mario Betti, una volta la coppia A.Farolfi-N.Montevecchi, quattro volte Alessandro Mercatali, quattro volte Marco Catani). 11 volte la Graticola è finita nelle mani dei caporioni di J’um Marè (antica Marciana) ( due volte Rodolfo Ridolfi, tre volte Giambattista Zambelli, due volte Massimo Bellini e Maurizio Brunetti una volta Gian Martino Mercatali come pure Fabrizio Frassineti). Vilanzeda (Villa Ersilia, Ponte e Annunziata) si è aggiudicata 7 volte l’ambito trofeo ( due volte Roberto Chiari, due volte Patrizia Medori, due volte Sara Samorì ed una volta Gabriella Gamberi) . Il rione B’forc (Castiglionchio) 3 volte (una volta con Mauro Rossi, una volta con Luciano Neri ed una volta con Enrico Barzagli). Povlò oggi accorpato con S. Driò una sola graticola con Aldo Benerecetti come pure S.Driò (antica Scola) con Giovan Piero Ceroni. L’edizione 2012 ripropone il rione di J’um Marè come il rione da battere dopo la vittoria netta della scorsa edizione, ma la Graticola, si sa, non e mai scontata anche se la motivatissima caporione di J’um Marè farà di tutto per concedere il tris e raggiungere lo storico rione antagonista della Piazza al traguardo delle dodici vittorie.

Disco Party per Marradi Free News

Martedì 10 luglio
Marradi Fre News ha registrato nel 2011 ben 3907 visite uniche e ben 61077 contatti con punte record nei mesi di febbraio settembre e dicembre. I dati del primi 5 mesi del 2012 indicano un ulteriore straordinario trend di crescita degli accessi unici 9587 e dei contatti. 87543 con la punta massima di 1985 visite uniche nel mese di maggio ed un totale di 18048 contatti e quella minima di 1812 visite uniche e 15942 contatti nel mese di febbraio.(Dati statistici CEST)
In questo breve spazio di tempo l’unico quotidiano on-line della Romagna-Fiorentina ha contribuito fattivamente alla difesa del patrimonio culturale e storico ed alla promozione turistica di Marradi non solo con il mezzo virtuale ma anche con iniziative e pubblicazioni. In questo ambito ricordiamo la realizzazione di tre libri, la partecipazione all’organizzazione di eventi quale la visita dei marradesi alla Camera dei Deputati e la sponsorizzazione che ci sarà anche quest’anno della Festa delle Streghe, l’organizzazione dal 4 all’11 agosto della Mostra di Immagini e Documenti nelle sale del Museo Artisti per Dino Campana. Per il 2012/2013 Marradi Free è impegnato nella realizzazione di un progetto concreto che darà una risposta alla fame di innovazione tecnologica, soprattutto dei giovani. VENERDI’ 20 LUGLIO 2012 con inizio alle ore 23,00 al Parco Piscina Comunale, di Marradi (FI), il quotidiano on line di Marradi festeggia il suo secondo compleanno, come preannunciato, e gli importanti risultati raggiunti regalando Per l’edizione Summer 2012 un Disco Party con il d.j. RIZZO

Marradi ricorda l’eccidio di Crespino-Fantino-Lozzole e Campergozzole 17-18 luglio 1944

martedì 10 luglio
Sono passati sessantotto anni da quella tragica estate del 1944 che ebbe come epicentro il territorio montano a Sud di Marradi ed in particolare la piccola frazione di Crespino Sul Lamone. Marradi non dimentica e continua ad onorare i suoi martiri lo farà solennemente domenica 22 luglio. Marradi Free rievoca i fatti attingendo al libro di Rodolfo Ridolfi “Domenico Vanni sovversivo per la libertà”
Beppino Ridolfi che all’epoca aveva vent’anni (abitava
alle Fogare ma lui in quegli anni ’43-‘44 passava giorni e giorni nella macchia per evitare i frequenti rastrellamenti dei renitenti alla leva). con lucidità straordinaria, nel colorito dialetto marradese, ricorda benissimo come “Un giorno di metà luglio con il mio babbo lavoravo i campi e si sentivano più in basso degli spari. Mio babbo mi disse di scappare e di nascondermi perché a Fantino ed a Crespino stavano accadendo fatti molto pericolosi e così me ne rimasi nei boschi, nascosto per otto giorni. Vidi insieme a mio babbo quando i fascisti entrarono alle Fogare e si appostarono a tutte le finestre. In casa c’era solo mia mamma Angiolina le chiesero del pane ma prima di mangiarlo per paura di essere avvelenati costrinsero mia mamma a mangiarne una fetta. Vidi quando uscirono di casa con mamma in mezzo e si incamminarono. Fortunatamente dopo un po’ la lasciarono tornare a casa.” Ridolfi ricorda come Il proprietario di Campergozzole, Francesco Naldoni, classe 1882, diplomato nel 1904 al Liceo Torricelli di Faenza, che aveva trascorso la sua vita coltivando il podere, venne ucciso il 18 luglio1944 con una raffica di mitra da un soldato tedesco che l’aveva sorpreso mentre portava cibo ad un partigiano ferito e ricoverato in un capanno da caccia.
Il 17 luglio ‘44 a Monte Lavane gli alleati effettuarono un lancio di armi, munizioni e vestiario destinati ai partigiani che, attaccati da ingenti forze nazifasciste, ingaggiarono un duro combattimento di otto ore cui partecipò insieme alla banda Corbella, come (lui) la chiamava, l’ufficiale Usa, Chester Kingsman, salvato a Pian delle Fagge. Quello stesso giorno ed il giorno successivo, a Crespino, antico Borgo di incontaminato verde, di acque limpide e di quiete, sorto intorno all’antica abbazia vallombrosana di Santa Maria a Crespino sul Lamone, si consumò un’assurda tragedia. I nazisti si macchiarono dell’orrendo crimine di strage che non risparmiò neppure Don Fortunato Trioschi, arrestato insieme ai suoi parrocchiani e costretto a scavarsi la fossa prima di essere trucidato. I fatti sono da inquadrare nella recrudescenza nazista che in seguito alla caduta di Mussolini e all’8 settembre ’43 avevano fatto scattare “l’operazione Alarico” l’invasione e l’occupazione militare dell’Italia. Insieme a Don Trioschi, il 17 luglio, furono uccisi sul greto del Lamone, dove oggi sorge il sacrario, Luigi e Vittorio Bellini, Giuseppe e Lorenzo Ferrini, Giovanni Malavolti, Giuseppe e Guglielmo Nati, Angelo, Attilio Lorenzo fu Luigi e Lorenzo fu Pietro Pieri, Giuseppe Barlotti, Dante Chiarini, Pietro Tagliaferri, Ottavio Scarpelli, Luigi Vinci, Gherardo Visani, Adolfo Rosselli, Sante Bosi, Giulio Sartoni, Bruno Santoni e due persone non identificate. Abramo Tronconi fu fucilato a Fantino. Alfredo Beltrami, sua moglie Cecilia, e la figlia Lorena, furono fucilati il 17 luglio nel podere Il Prato con Alfredo Righini fucilato nell’aia. I Beltrami erano, padre, madre e sorella di Umberto il partigiano di cui Pietro Monti, detto Marconi, definito da Arturo Frontali, come il testimone che tutto ricorda della strage di Crespino, racconta: “Ha preso una bomba a mano e gliel’ha tirata (alla Croce Rossa) ed ha ucciso il tedesco ed insomma tutti e due, l’autista ed il ferito”. Il 18 luglio nel podere I Mengacci, di proprietà di Giovanni Buccivini Capecchi, i mezzadri, Francesco Botti, suo figlio Bruno diciassettenne, il quindicenne Pierino Caroli e suo padre Vincenzo, che era iscritto al partito fascista e che mostrò invano ai tedeschi la tessera, furono trucidati nonostante il disperato tentativo della coraggiosa mamma Palmira Gentilini Botti che, con le lettere dei figli militari in mano, cercava di far capire ai tedeschi che i suoi famigliari non c’entravano con i partigiani. Giuseppe Caroli e Adele Donatini furono fucilati al Cerreto di Fantino il 18 luglio come Dionisio Rossi. Carlo Quadalti contadino della Casa Nuova fu fucilato quello stesso giorno nel podere La Castellina dove si trovava per la mietitura a dare una mano ad Arturo Raspanti. La Wehrmacht aveva stabilito il proprio comando a Crespino, nella villa di Carlo Mazza, proprietario terriero della zona. I partigiani che operavano nell’area, ed ai quali erano associati i giovani renitenti alla leva repubblichina sbandati, erano quelli della 36a Brigata Garibaldi Alessandro Bianconcini. Valeria Trupiano nel suo pregevole lavoro A sentirle sembran storielle Luglio 1944 La memoria della strage di civili nell’area di Crespino del Lamone del 2008 riporta quanto contenuto nel bollettino partigiano della Bianconcini datato Imola 21 ottobre 1945. Ventotto pagine consegnate alla Trupiano dall’ex partigiano Bruno.
Il bollettino, con la relazione ufficiale, contiene il diario delle azioni e dei sabotaggi giornalieri operati dalla brigata, gli spostamenti, le imboscate, le catture ed uccisioni di nazisti e spie fasciste, gli attacchi e le uccisioni di partigiani e di civili da parte dei tedeschi. A proposito della giornata del 17 luglio tra le varie azioni partigiane realizzate nel territorio viene descritta la seguente “Elementi misti delle compagnie di Paolo e di Marco attaccano il traffico sulla strada Faentina. Un automezzo tedesco distrutto, 2 soldati uccisi e sei feriti. Da parte nostra un ferito. A seguito di tale azione i tedeschi per rappresaglia massacrarono 35 coloni raccolti nei dintorni. La versione partigiana ha molto in comune con quella raccontata dagli abitanti di Crespino. Nel libro di Don Bruno Malavolti Estate di Fuoco, nella parte di Arturo Frontali che ricostruisce i fatti attraverso le testimonianze, si fa capire che alcuni giovani partigiani e soldati sbandati, dopo l’8 settembre, continuavano ad appoggiarsi al paese e al podere dei Mengacci. Verso la fine di aprile, alcuni di questi partigiani uccisero due tedeschi in località Casaglia. Sembra che una delle vittime fosse il comandante di un gruppo appartenente alla Marina tedesca, che era acquartierato a Villa Ersilia a Marradi. L’episodio, tuttavia, rimase impunito per l’intercessione di una nobildonna tedesca sfollata a Ronta che ebbe il merito di convincere gli occupanti a stipulare con il paese una sorta di patto di tregua. L’accordo venne tuttavia violato dai partigiani del posto che ai primi di luglio, presso il ponte di Spedina, catturarono altri due soldati, scaraventandone uno da un burrone e lasciandosi scappare il secondo che, raggiunti i suoi commilitoni, dette l’allarme. Successivamente, la mattina del 17 luglio, la stessa banda, appostata su una collinetta, attaccò una pattuglia tedesca uccidendo un soldato e scagliando una bomba a mano contro l’autoambulanza sopraggiunta dal vicino ospedale militare di Villa Fantino. Il 17 luglio, dopo appena un’ora dall’agguato, una seconda pattuglia tedesca, rinforzata da squadre provenienti da Marradi, arrivava sul posto, interrogava due contadini intenti alla mietitura, mentre uno affermava di avere visto i partigiani imboscarsi e fuggire dopo l’attentato, l’altro taceva e veniva ucciso perché ritenuto complice. La rappresaglia partì poi dal podere Prato con lo sterminio dell’intera famiglia Beltrami, cui apparteneva uno dei partigiani responsabili dell’attacco. I tedeschi rastrellarono tutti gli uomini che trovarono, li raccolsero presso Villa Mazza, sede del comando, poi li trasferirono sulle rive del Lamone e qui li fucilarono. Soltanto uno dei prigionieri, Giuseppe Mariano Maretti, sopravvisse all’esecuzione, morendo poi nel 1948 in seguito alle ferite riportate quel giorno. Convocato il parroco, Don Fortunato Trioschi, e altri due contadini sul luogo dell’eccidio, i tedeschi li costrinsero a scavare una fossa e li fucilarono sul posto. Il 18 luglio l’operazione proseguì a Fantino con l’invasione di casa Caroli, in località Mengacci: gli uomini, quattro, furono trattenuti nell’edificio, mentre le donne e i bambini furono portati, attraverso il castagneto, in una grotta naturale e lì sorvegliati con una mitragliatrice. Quando le donne ed i bambini, che erano stati rilasciati, tornarono verso il podere in fiamme, trovarono una scena agghiacciante: due uomini assassinati con il colpo di pistola alla nuca e due legati ai materassi e asfissiati. Un altro reparto, nazifascista, frattanto, era impegnato nella ricerca e nell’assassinio di contadini rimasti a Castellara, Castellina, Cerreto, Lozzole e Campergozzole. La mattanza si concluse la sera del 18 luglio, con un bilancio di 44 vittime nell’area Crespino, Fantino e Lozzole. Anche se la documentazione tedesca non fa espressamente riferimento alla strage, sembra di poter ricostruire la presenza sul territorio di unità di polizia tedesca o miste italo-tedesche, come il III Polizei Freiwilligen Bataillon Italien, il cui trasferimento presso l’Appennino è dato certo. Da allora ogni anno si commemora l’eccidio con una testimonianza che si rinnova per sottolineare come la gente di Marradi e della Valle del Lamone non dimentica il sacrificio di quanti, consapevoli ed inconsapevoli, si immolarono con la stessa dignità e fierezza che molto tempo prima i loro padri, il 24 luglio 1358 alle Scalelle, avevano dimostrato fermando la compagnia tedesca di ventura del conte Lando. Nella memoria comune, i partigiani avevano, come ha riportato nel suolibro Valeria Trupiani, “le loro colpe: rubavano in casa dei benestanti,ostentavano simboli comunisti compiendo operazioni contro i soldati tedeschi senza avere il corraggio di affrontarli a viso aperto”. Tuttavia la Trupiani ha anche aggiunto: “Quei giovani, che abbiamo denominato, così detti partigiani, avevano il diritto e il dovere di nascondersi tra le montagne per non farsi catturare e rischiare la morte o la deportazione in Germania”. Forse la strage sarebbe accaduta lo stesso ma in quelle vicende i partigiani non ebbero un comportamento esemplare, ne tanto meno eroico. Eppure certa retorica ideologica nelle ricorrenze degli ultimi anni ha rimosso parte della verità storica, o parte dei pregiudizi. Ricordo quando Domenico Vanni, che come vice sindaco di Marradi e deportato a Mauthausen aveva titolo istituzionale e morale per partecipare alla commemorazione, raccontava che al pranzo con il vescovo gli “girarono il piatto”. I tempi sono cambiati i crespinesi che si opposero duramente, nel 1964, quando l’Amministrazione Comunale inaugurò la parte superiore del sacrario, all’affissione dei manifesti dell’ANPI in cui c’era scritto W i partigiani, W la Resistenza, convivono con labari, medaglieri dell’ANPI e garibaldini ed ai buffet, preparati con cura dalle donne di Crespino, nessuno più si vede girare il piatto. “Sic transit gloria mundi”.